San Zenone viva, San Zenone splendida

Conosco “una”, la figlia del mare e dei Balcani, approdata quindici anni fa proprio qui, nel cuore di queste lande della Marca trevigiana. Ricordo il suo volto mentre gustava il caffè, seduta in Piazzetta Marconi. Attentamente osservava i passanti, la gente del paese; tutta la San Zenone pulsava lì, a rintocco delle campane di buon ora, tra le veloci chiacchiere del fruttivendolo e macellaio.  

 

Una ventata d’aria di montagna, avvolta dal fragrante profumo di pane, la distrasse dalle risate del banchiere e dalle raccomandazioni del postino e lei alzò lo sguardo.

 

Questo era, ed è tuttora, il mio sguardo, rapito dalla vista spalancata sui campi che, dolcemente, s’innalzano sulle verdi colline. Sul Colle Castellaro si adagia il Santuario rosso dedicato alla Madonna del Monte e, mentre sibili medievali s’incarnano nella Torre degli Ezzelini, le torrette a coda di rondine del convento dei Padri passionisti s’intrecciano con il manto boschivo e poi, tra i cipressi ed una limonaia, la felice posa sui pendii della cinquecentesca Villa Rovero il tutto immerso nel fondale smeraldo del massiccio e tra le cime innevate del Grappa!

 

“Che presentazione” mi dissi sorridendo.           

 

Oggi forse nessuno potrebbe descrivere questo luogo ai piedi del monte meglio di un illustre diacono che, come tanti prima di lui, s’innamorò perdutamente dei paesaggi bordignoneschi, custoditi gelosamente dalla sua gente. Eh sì, la San Zenone vera non si concede, non si dona facilmente all’occhio superficiale di un viandante casuale!

 

Qui veramente, magicamente, il sacro e il profano si specchiano l’uno nell’altro “in luminose armonie di colori trasfondendo la sempre nuova poesia dell’incantevole nostro paesaggio” testimonia la lapide ottocentesca nell’antico cimitero della Pieve . Così, con definitiva serenità dell’arte squisitamente sincera uno dei suoi fedeli amanti, Teodoro Wolf Ferrari, esprimeva il suo amore alla terra che sopra ogni altra, fino all’ultimo giorno, ebbe cara.

 

Come in una caccia ai tesori San Zenone ti impone sensi accesi e si rivela nei sentieri, nelle oasi, nei corsi d’acqua, nei mulini e nelle pievi. Va cercata negli affreschi, nelle poesie, nella musica e nei dipinti. Va incontrata nella gente dal carattere forte e gustata nelle pietanze sortite e nel “vin onesto” delle taverne dove “se non sì pria formular la parola adatta il forestiero non passa”.  

 

Qui si erge un castello invisibile che poteva assoggettare tutta la Marca, ne descrive Rolandino, tale era la sua potenza.
Su codesti duecenteschi resti, puntualmente in Luglio, rivive il medievalis burgo del casato degli Ezzelini. Il tempo schiarisce memorie offuscate di tiranni e tutto il paese restituisce, a suon di musici e tamburi, a migliaia di visitatori imprese della signoria locale e dell’ imperatore. A distanza di ottocento anni ancora oggi suscitano stupore e meraviglia, confondendoci “con dovizia ne costumi et abitudini d’un tempo andato”.

 

Ho potuto notare che accade spesso che la storia vivente ceda passo ai miti, filando le leggende. Allora San Zenone si favoleggia ai bambini e i mondi paralleli si popolano di verdelfi, draghi dormienti, passaggi segreti e panari dorati custoditi da cani rabbiosi.

 

Cosa posso dire?

 

Una volta che ti prende, come è accaduto a me, non ti abbandona e il ritorno in eterno brama. Con i mille volti di ogni stagione, San Zenone rivive, ti strega, seduce. Che fatica a ribellarsi, a resistere a tutte le sue sfaccettature.

Per le foto si ringrazia Bruno Martino, diacono e naturalista che risiede da molti anni a San Zenone degli Ezzelini.

Autrice Olivera Milosavljevic.