Flop dei servizi digitali nei musei: limitati e poco “user friendly”

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Il 2016 è stato l’anno dei musei, come ha fatto notare il Ministro Dario Franceschini: 44 milioni e mezzo di visitatori hanno segnato un nuovo record per i luoghi della cultura italiani. Un situazione molto più che rosea dunque? Qualche falla c’è e riguarda in particolar modo il settore del digitale.


Il 52% dei musei italiani è social, dato rassicurante se decontestualizzato da quella che è la situazione attuale. Il problema ricade nei servizi digitali, utilizzati solo dal 20% dei siti culturali come
ad esempio, catalogo accessibile online e possibilità di visita virtuale, QR-code, sistemi di prossimità, app per dispositivi mobile. Il trend delle visite appare positivo, ma nessun museo italiano figura tra i 10 più visitati al mondo e solo il 30% degli italiani li visita.

La maggioranza dei musei è dotato di un sito web, ma ciò che ne emerge è la difficoltà di comprensione da parte dell’utente medio: in pochi casi si ha la possibilità di tradurre il sito in altre lingue e ancor meno di effettuare donazioni o acquisti direttamente online.


Un altro fenomeno di interessante analisi è quello delle startup legate al mondo del turismo che nel corso degli ultimi anni si sono dimostrate all’altezza nel raccogliere la sfida di un “ringiovanimento” dei servizi digitali presenti nei musei. Molti sono i servizi offerti come supporto alla visita di città e siti culturali, con un approccio diverso, fresco e meno istituzionalizzato. Servono insomma persone competenti, che sappiano usare il medium digitale in modo appropriato e puntuale, ma la grande sfida sarà quella di portare a termine e mantenere questo trend, ad oggi più utile che mai.

 


L’innovazione digitale può costituire una potente opportunità per imprimere una svolta alla valorizzazione dei Beni e delle Attività Culturali in Italia. Nella pratica, però, la trasformazione digitale in questo ecosistema è spesso ancora frenata non solo dai tanti vincoli organizzativi e di bilancio, ma soprattutto da una diffusa mancanza di ‘competenze digitali’, riconosciuta e denunciata dagli operatori stessi, che cercano di districarsi nel complesso panorama degli strumenti tecnologici disponibili, senza avere a monte una chiara visione strategica di quali obiettivi l’istituzione culturale voglia raggiungere.

 

 

Articolo di Alice Mion.