L’economia civile: perché è importante per noi italiani?

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L’economia civile è un modo d’intendere l’economia tipicamente italiano, nato tra il Quattrocento ed il Cinquecento e poi sviluppato nel Settecento, soprattutto in ambito napoletano e milanese, mantenendo una certa influenza fino alla metà dell’Ottocento.

Il termine è certamente utilizzato nel 1754 da Antonio Genovesi, come titolo del volume delle sue Lezioni di economia nella prima cattedra universitaria al mondo di economia all’Università di Napoli. Secondo Genovesi l’ordine sociale costituisce il risultato di un bilanciamento tra la forza concentrativa (auto-interessata) e la forza diffusiva (o di cooperazione).
L’economia civile propone un modo di pensare al sistema economico basato su alcuni principi – come la reciprocità, la gratuità e la fraternità – che superano la supremazia del profitto o del mero scambio strumentale nell’attività economica e finanziaria. Si propone quindi come possibile alternativa alla concezione capitalista del mercato. L’economia civile parte da una radicale critica al pensiero unico del one best way, che identifica il mercato come luogo in cui gli individui sono motivati all’azione dal solo interesse proprio (self-interest) e a tesi che affermano in modo deterministico come sia sufficiente estendere al massimo l’area del mercato per accrescere il benessere per tutti.

La realtà economica e sociale che stiamo vivendo mostra i limiti di queste teorie, dando forza alla prospettiva dell’economia civile.

Ciò va visto in relazione ad una più ampia critica al modello di economia dominante, colpevole di aver generato una situazione di crescente disuguaglianza tra i Paesi e soprattuo all’interno dei singoli paesi. Basti pensare alle analisi di economisti come Amartya Sen, Joseph Stiglitz,Jean Paul Fitoussi e piu recentemente di Thomas Piketty.
L’economia civile cerca di tradurre la convinzione che una buona società è frutto sia di un mercato che funziona sia di processi che attivano la solidarietà da parte di tutti i soggetti. Quindi l’attenzione alla persona non è elusa e neppure rimandata alla sfera privata o a qualche forma di pubblica filantropia che si limita a curare le disfunzioni del mercato.

Il modello proposto riesce ad ovviare all’endemico aumento della diseguaglianza nella distribuzione dei beni, a sciogliere il paradosso elaborato da Richard Easterlin relativo al rapporto tra crescita del reddito e felicità, a dare risposte alle problematiche sollevate dai beni comuni.
Il paradosso di Easterlin, o paradosso della felicità, è stato formulato per la prima volta nel 1974 da Richard Easterlin, il quale nel ricercare le ragioni della limitata diffusione della moderna crescita economica evidenziò come nel corso della vita la felicità delle persone dipenda molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza.


Questo paradosso, secondo Easterlin, si può spiegare osservando che, quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino ad un certo punto, poi comincia a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata.

Quasi tutte le ipotesi per spiegare il paradosso rimandano più o meno direttamente alla necessità “economica” di inserire nell’analisi delle ricchezze un’altra categoria di beni: i beni relazionali (come l’ambito familiare, affettivo e civile della partecipazione alla vita sociale/volontariato e politica della propria comunità). Ci sono beni che il denaro non sempre è capace di comprare e spesso vengono sacrificati al fine di conseguire il reddito monetario necessario per acquistare i “beni di consumo” (si pensi al tempo crescente che le attività lavorative rubano alle relazioni familiari e ai rapporti di amicizia).


La sfida dell’economia civile è quella di far coesistere, all’interno del medesimo sistema sociale, tutti i principi regolativi dell’ordine sociale:
  1. Il principio dello scambio di equivalenti di valore (le relazioni si basano su un prezzo, che è l’equivalente in valore di un bene/servizio scambiato) attraverso cui il sistema garantisce la sua efficienza;
  2. Il principio economico di riferimento dell’attività economica è la reciprocità. Dato che i beni e i servizi hanno un contenuto relazionale insito nel rapporto che si instaura tra chi li eroga e chi li riceve, allora esiste anche una reciprocità che può rendere lo scambio personale e significativo: reciproco. La reciprocità è diversa dallo scambio di equivalenti. Mentre il fine ultimo dello scambio di equivalenti di valore è l’efficienza e quello della redistribuzione è l’equità, il fine della reciprocità è la fraternità. Una società dove la cultura della reciprocità non ha spazio, è una società nella quale la fraternità è cancellata.
  3. Il terzo principio è la fraternità, che legittima le diversità (culturali, religiose, etniche ecc.) e le rende compatibili. La società fraterna è quella che consente a ciascuno di affermare la propria personalità e la propria dignità, in un contesto di parità, cioè senza che questa diversità diventi elemento di conflitto, ma viceversa di unità. La fraternità è un bene di legame, che fa sì che gli individui liberi e uguali diventino anche persone, cioè individui in relazione tra di loro. All’anomia dell’approccio capitalistico (esito più volte manifestato), l’economia civile propone la fraternità.
  4. Il quarto principio è la gratuità, da non confondersi con l’altruismo e la filantropia; la gratuità porta ad accostarsi agli altri non in cerca di qualcuno da usare a nostro vantaggio, ma da trattare con rispetto, in un rapporto di reciprocità.
  5. Il quinto principio è la felicità pubblica. Mentre la ricerca della felicità mette al centro l’individuo, la ricerca della felicità pubblica nasce da un’etica delle virtù e del bene comune. In questi tempi di crisi stiamo vedendo che la stessa ricerca individuale di felicità non si compie senza prendere sul serio la dimensione sociale e relazionale. Non c’è felicità individuale senza quella pubblica.
  6. Il sesto principio è la pluralità degli attori economici. L’economia civile consente di rendere più democratico il sistema economico coinvolgendo sia imprese profit sia non profit, sia pubblici sia privati, superando così il duopolio Stato – mercato. Accanto alle forme tipiche dello Stato e del mercato, le attività di economia civile possono dar vita ad istituzioni di welfare civile che si diffondono sul territorio e a forme di democrazia deliberativa che consentono di ascoltare e consultare i cittadini. L’economia civile può dunque promuovere lo sviluppo di forme innovative di welfare e di democrazia.

     

Secondo Leonardo Becchetti  l’economia civile si sta ponendo come una rivoluzione copernicana che supera la precedente concezione, da lui definita tolemaica, fondata su degli assunti tradizionali del pensiero economico neoclassico (massimizzazione del profitto, mano invisibile, ecc…) che mostra ormai evidenti limiti sul piano etico, sulla capacità di valorizzare i veri fattori che muovono la vita economica, come la felicità e la fiducia.
Becchetti richiama i cittadini e le imprese a divenire attori di questo cambiamento: i cittadini sono chiamati a diventare consum-attori, ovvero a rendersi consapevoli del potere di cui essi dispongono attraverso le loro scelte di consumo e risparmio (voto con il portafoglio) per orientare i sistemi economici verso il bene sociale comune.
Le imprese sono dunque chiamate ad essere più attente alla responsabiltà sociale che hanno per lo sviluppo del territorio.
Antonio Memoli